Un impensabile scrittore: Vincenzo Rabito

“Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare”

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E allora raccontiamo, raccontiamolo questo scrittore italiano. Scrittore a sua insaputa, il modo migliore per esserlo davvero, senza voler scrivere o essere scrittori, ma voler per quel bisogno che spinge e che serve a reggere: una vita, una storia.

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Aveva ragione lo scrittore e giornalista romagnolo Raffaello Baldini quando disse:  “Certe cose succedono solo in dialetto”. Con Vincenzo Rabito non poteva che essere così.

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Avete letto bene, ciò che non vi torna non sono dei refusi, sono le parole che Vincenzo Rabito ha inciso sulla carta bianca con una vecchia macchina da scrivere modello Olivetti. Quando lessi “Terra Matta” per la prima volta, il termine che mi venne in soccorso per qualificare quella “febbre” che prese Vincenzo Rabito all’ età di 69 anni non era “Scrittura” bensì “Incisione”, ed è questa la parola che utilizzerò lungo questa lettura.

Vincenzo Rabito, come ci dice lui stesso, è nato nel 1899 a Chiaramonte Gulfe a nord di Ragusa. Dopo la morte precoce del padre conosce la miseria e la lotta forsennata per un tozzo di pane:

“Il padre morì a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò vedova con 7 figlie, 4 maschele e 3 femmine, e senza penzare più alla bella vita che avesse fatto una donna con il marito, solo penzava che aveva li 7 figlie da campare e per darece ammanciare(…)Mio padre, con quelle tempe miserabile, per potere campare 7 figlie, con il tanto lavoro, ni morì con una pormenita, per non antare arrobare e per volere camminare onestamente. Ma il Patreterno, quelle che voglino vivere onestamente, in vece di aiutarle li fa morire”

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Siamo alle prime pagine di “Terra Matta” e l’incisione di Rabito si annuncia da subito audace e decisa, senza sotterfugi né orpelli linguistici o stilistici di cui d’altronde non sarebbe capace perché Rabito è analfabeta o quasi :

“Io era picolo ma era pieno di coraggio, con pure che invece di antare alla scuola sono antato allavorare da 7 anne, che restaie completamente inafabeto. Così, il seconto di questa nomerosa famiglia era io. Ed era io, Vincenzo, che così picolo sapeva che mia madre aveva molto bisogna dai figlie, perché era senza marito. Io non la voleva sentire lamentare perché non aveva niente per darece ammanciare ai suoi figlie. I tempe erino miserabile, li nostre parente erino miserabile come noie. E quinte, non zi poteva antare avante in nesuno modo. Quinte, io fui nato per fare una mala vita molto sacrificata e molto desprezata. Quinte, mia madre era con la stessa mentalità di mio padre, che non voleva antare arrobare per campare ai suoi figlie, e neanche mia madre voleva fare la butana, come tante famiglie che fanno tutte le porcarieie per potere sfamare ai suoi figlie, mentre mia madtre voleva antarere avante onesta amente. Quinte io, che capiva che cosa voleva dai suoi figlie mia madtre, per fare soldei mi n’antava magare allavorare lontano di Chiaramonte, basticheio portava solde a mia madre. Perché mia madre non dormeva alla notte, perché penzava che aveva 7 figlie: che lo più crante era da 14 o 15 anne, io Vincenzo ni aveva 11 o 12 anni, e la più picola figlia ni aveva 3 mese. Quinte io solo penzava che per manciare ci volevano solde, per non morire di fame questa famiglia senza padre. Così, mia madre sempre diceva: «Menomale che c’ene Vincenzo che porta qualche lira per dare aiuto alla famiglia». E deceva sempre che quanto portava solde «mio figlio Vincenzo sempre veneva cantanto e allecro», ma quanto non portava solde «veneva arrabbiato e bestimianto, perché non poteva sentire lamentare alla sua madre perché non c’era niente che manciare. Che brutta vita che io faceva! Ciovanni neanche ci penzava, Vito era di 9 anne e magare che faceva qualche cosa faceva da sé, mia sorella aveva 7 anne e antava alla scuola, ma, con quelle miserabile tempe, il desonesto coverno non dava neanche uno centesimo per potere comperare uno quaterno, perché voleva che tutte li povere fossemo inafabeto, così io questo lo capeva. Pure, poi, il desonesto coverno che comantava non dava maie asegne, e dovemmo stare per forza non inafabeto solo, ma magare molte di fame.”    

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Vincenzo Rabito, all’ età di 69 anni, è un fiume in piena e nulla lo ferma davanti all’ esigenza di incidere la sua vita e con essa la storia di un secolo italiano: dalla Grande Guerra che lo vedrà impegnato all’ età di 17 anni nel servizio di leva sul fronte del Piave, all’ ascesa del fascismo, dalla seconda guerra mondiale passata nelle trincee africane, alla stagione della migrazione italiana verso l’estero alla quale Rabito non si sottrarrà immigrando in Germania, fino al boom economico degli anni 60 con i suoi compromessi politici, promesse di benessere e dosi di furbizia e di arrivismo. Non bisogna dedurre che Rabito racconti l’Italia, e se ciò accade è solo un incidente di percorso, un evento inevitabile. Fondamentalmente il siciliano è interessato solamente a raccontare la sua vita, ad incidere le sue amarezze e frustrazioni. In una lotta contro il tempo, contro la memoria e soprattutto contro la lingua, Rabito si chiude per sette anni nella sua stanza e senza dare spiegazioni a chicchessia si racconta, inventando una lingua tutta sua che poco ha a che fare con il dialetto e men che meno con l’Italiano, senza interlinea, senza lasciare un centimetro di margine superiore, inferiore o laterale come a non voler prendere fiato, come a voler incidere su tutto il corpo della carta il ricordo di una vita malvissuta. L’unica punteggiatura che Rabito semina lungo la sua incisione è il punto e virgola che divide ogni parola dall’ altra come a voler insistere sull’ importanza di ogni singola parola, come a volerle rinchiudere dietro dei recinti per paura che gli possano sfuggire.

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Dal 1968 fino al 1975 Rabito si barrica in casa davanti alla vecchia Olivetti e “rumina” la sua storia. L’evocazione inizia dall’ infanzia, dai tempi delle fatiche nei campi, passa in rassegna ogni momento del suo vissuto liquidando i conti con i suoi familiari, fratelli, moglie, suocera e figli compresi. Racconta le guerre e i suoi orrori, ai quali anche lui prese parte, li racconta come li ha vissuti dentro le trincee e non dalle comode scrivanie degli storiografi. Narra le parentesi di pace (in fondo tutta la sua vita è stata una guerra per sfuggire alla povertà), parla della sua migrazione in Germania, il suo ritorno nella terra natia, e scopre il velo sulle mille furbizie e compromessi ai quali è dovuto scendere per restare a galla. Evoca tutto ciò con una disinvoltura disarmante, una confessione che ha la forza di andare oltre il limite dell’analfabetismo, delle costrizioni morali e degli obblighi di omertà familiare. Un manoscritto di oltre mille pagine che giorno dopo giorno arricchisce di dettagli, di ricordi, di bestemmie, di critiche a se stesso e ad un mondo ingiusto. Seppure si tratti di un diario tuttavia è molto riduttivo catalogare “Terra Matta” nel genere diaristico, come è altrettanto riduttivo collocarlo nella categoria di “Letteratura popolare”, non solo perché l’incisione di Rabito, partendo dall’ Io narratore, ha la forza di abbracciare quasi un secolo di storia italiana, ma soprattutto perché inventa una lingua e un linguaggio singolari che non corrispondono ad altra esigenza se non a quella creativa di un uomo normale. Vincenzo Rabito muore nel 1981 pensando di portarsi dietro il segreto di quel lungo dialogo che ha ingaggiato, all’ insaputa di tutti, con sé stesso e con la storia, la sua e di tutto un paese. Nel mondo arabo si dice “chi genera non muore”, ed a salvare la memoria/diario di Vincenzo Rabito ci penserà il figlio “Ciovanni”:

cache-cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_c343603a989345d2ca7d9a40be8a8f1b“Ciovanni pazzo che senevoleva antare a cirare litalia, la Spagna, la Francia tutta con lauto stoppe”.

Molti anni dopo la morte del Padre, “Ciovanni” ritrova il dattiloscritto in un cassetto, spende diversi anni per renderlo leggibile fino al 1999, anno in cui decide di mandarlo all’ Archivio Diaristico Nazionale a Pieve Santo Stefano. Ennesimo tradimento della memoria del padre? O giusta messa in pubblico di un’incisione/capolavoro che tutti avremmo perso qualcosa a non leggere? Vincenzo Rabito non c’è più per rispondere a questo quesito, ciò che invece esiste è il diario/libro “Terra Matta”, pubblicato dai tipi dell’ Enaudi a cura di Evilina Santangelo e Luca Ricci, un film/documentario sulla vita e l’opera del siciliano diretto da Costanza Quatriglio e uno spettacolo teatrale dall’ omonimo titolo per la regia di Vincenzo Pirrotta che ne è anche protagonista.

Leggete “Terra Matta”, leggete la storia raccontata da un uomo normale che spesso sbugiarda la storia ufficiale. E che nessuno dica di non capire la lingua di Vincenzo Rabito se l’ha capita persino un marocchino!                                                                                 Rabii El Gamrani

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                                           E Vincenzo Rabito è partito dalla vita.                                                 Queste sono le parole di Ferdinando Scianna, parole e foto che ho usato, per presentare questo scrittore, che non sapeva di esserlo e che pure, sentiva il bisogno di scrivere, di raccontarsi, perché qualcosa restasse, di sé, e di sé negli altri. ”Noi abbiamo il discutibile privilegio di essere gli archeologi ancora vivi di noi stessi e di quel mondo che era durato così a lungo e si è volatilizzato quasi di colpo, come il fumo di un falò in una sera di vento.” Ancora le parole del cosiddetto fotoscrittore, che ho cercato di proposito perché siciliano come Vincenzo, e con mia sorpresa, ho scoperto che non era il solo punto in comune, e un’attenta lettura soprattutto fra le righe, renderà questi collegamenti che ho riportato. La recensione davvero impeccabile, – di Rabii El Gamrani, scrittore, traduttore e mediatore culturale e linguistico – lascia ampio spazio all’ autore, lo stesso che ho lasciato a mia volta a lui, non avendo letto il libro. E la caduta di questa mia scelta è dovuta al fatto che ho sentito, che con la parola stava rendendo lo stesso, che avrei reso io leggendolo, per ciò che mi è arrivato, se non dalla lettura del libro, ma a grandi linee dalla sua storia. Tutto in questo spazio si gioca e si vive, in questo prendere e lasciare, in questi scambi e passaggi irrorati di tenerezza, verso quell’ io che, anonimo e inesistente, pur si prodiga, cercando di migliorare, di sopravvivere e soprattutto di vincere quella paura di non essere. E infatti ancora è, noi ne siamo il proseguimento, e non è un caso, se siamo quel che siamo, se scriviamo così, o se abbiamo meno paura di non essere, tant’è che all’ occorrenza, ci si abbandona per lasciare il posto a quell’ io che fu e che oggi siamo, in uno spazio condiviso che sa di libertà e amicizia vera e fraterna, eh già, non possiamo dimenticare che siamo figli dello stesso pensiero. Come pure non posso dimenticare il passaggio fondamentale, quello per cui, questa presentazione e scrittura non ci sarebbe, e scrivere è anche un modo per ringraziare Giancarlo Bonofiglio, uno dei miei amici reali e non, virtuali, perché l’amicizia è fatta di questi scambi, di questo essere meno io, per essere altro, per essere…Tanti altri. E di conseguenza, un grazie va a tutti quelli che ci sono e che sanno di esserci, in quanto…compresi.     oea

 

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4 pensieri su “Un impensabile scrittore: Vincenzo Rabito

  1. Il linguaggio usato mi incanta .
    Ci dice tutto sui tempi ai quali si riferisce , sulla regione di cui parla e soprattutto sul suo carattere e i suoi patimenti. È’ una continua lotta che ci racconta con l’urgenza di uno sfogo inarrestabile.
    È’ commovente al massimo…
    Lo troverò’ ‘sto libro e lo faro’ conoscere ai miei amici…

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