Archivi giornalieri: 10 agosto 2017

La rivolta nella poesia

Su Rimbaud è stato detto tutto, e anche di più, purtroppo. Preciseremo tuttavia, perché questa precisazione riguarda il nostro tema, che Rimbaud non è stato il poeta della rivolta se non nella sua opera. La sua vita, lungi dal legittimare il mito che ha suscitato, illustra soltanto – una lettura obbiettiva delle lettere dell’ Harar basta a mostrarlo – un consenso al peggior nichilismo che possa darsi. Rimbaud è stato deificato per aver rinunciato a quello che era il suo genio, come se questa rinuncia presupponesse una virtù sovrumana. Sebbene ciò squalifichi gli alibi dei nostri contemporanei, si deve dire al contrario che soltanto il genio presuppone una virtù, e non la rinuncia al genio.

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La grandezza di Rimbaud non sta nei primi gridi di Charleville né entro i traffici dell’ Harar. Prorompe nell’attimo in cui, dando alla rivolta il linguaggio più stranamente appropriato che mai le sia stato conferito, dice ad un tempo il suo trionfo e la sua angoscia, la vita assente al mondo e il mondo inevitabile, il grido verso l’impossibile e la realtà ruvida da stringere, il rifiuto della morale e la nostalgia irresistibile del dovere. Nel momento in cui, portando in sé l’illuminazione e l’inferno, insultando e salutando la bellezza, ha fatto di una contraddizione irriducibile un duplice e alterno canto, è poeta della rivolta, e il massimo. L’ordine di concezione delle sue due grandi opere non ha importanza. Ad ogni modo, troppo poco tempo trascorre tra le due concezioni ed ogni artista sa, con quella certezza assoluta che nasce dall’esperienza di una vita, che Rimbaud ha portato nel medesimo tempo la Stagione e le Illuminazioni. Se le ha scritte successivamente, le ha sofferte in uno stesso momento. Questa contraddizione, che lo uccideva, era il suo vero genio.

Ma dov’è dunque la virtù di chi volge le spalle alla contraddizione e tradisce il suo genio prima di averlo patito fino in fondo?

Il silenzio di Rimbaud non è, per lui, una nuova forma di rivolta. Almeno, non possiamo più affermarlo dopo la pubblicazione delle lettere dell’ Harar. Senza dubbio, la sua metamorfosi è misteriosa. Ma c’è un certo mistero anche nella banalità da cui vengono colte quelle brillanti fanciulle, che il matrimonio trasforma in macchine munite di uncinetto e funzionanti a monetine.

download              Il mito costruito intorno a Rimbaud presuppone e afferma che nulla era più possibile dopo la Stagione all’inferno. Che cosa è dunque impossibile al poeta coronato di doni, al creatore inesauribile? Dopo Moby Dick, Il processo, Zarathustra, I Demoni, che immaginare? Eppure, dopo di queste, grandi opere nascono ancora che insegnano e correggono, che attestano quanto c’è di più fiero nell’uomo e non giungono a termine se non con la morte del creatore. Chi non rimpiangerebbe quell’opera più grande della Stagione, di cui una rinuncia ci ha privati? L’Abissinia almeno è un convento, è stato forse Cristo a chiudere la bocca a Rimbaud? Questo Cristo sarebbe allora il medesimo che ai giorni nostri troneggia agli sportelli delle banche, a giudicare da quelle lettere in cui il poeta maledetto non parla che del suo denaro che vuol a “vedere ben investito” e “con una rendita regolare”.

Colui che cantava tra i supplizi, che aveva ingiuriato Dio e la bellezza, che si armava contro la giustizia e la speranza, che si asciugava gloriosamente all’aria del delitto, vuole soltanto sposarsi con qualcuno che “abbia un avvenire”. Il mago, il veggente, il forzato intrattabile sul quale si richiude sempre l’ergastolo, l’uomo-re sulla terra senza dei, porta costantemente otto chili d’oro entro una cintura che gli sbarra il ventre, e lamenta che questo gli sia cagione di dissenteria. È dunque questo l’eroe mitico proposto a tanti giovani che, loro, non sputano sul mondo, ma morirebbero di vergogna alla sola idea di quella cintura? Per serbare il mito, bisogna ignorare queste lettere decisive. Si capisce come siano state così poco commentate. Sono sacrileghe, come lo è talvolta la verità.

Grande e ammirevole poeta, il massimo del suo tempo, oracolo sfolgorante, tale è Rimbaud. Ma non è l’uomo-dio, l’indomabile esempio, il monaco della poesia che hanno voluto presentarci.

L’uomo ha ritrovato la sua grandezza soltanto su quel letto d’ospedale, nell’ora della fine difficile, in cui la stessa mediocrità di cuore diviene commovente: “Come sono disgraziato, come sono dunque disgraziato… e ho su me del denaro che non posso nemmeno sorvegliare!” Il grande grido di quelle ore misteriose rende per fortuna Rimbaud a quella parte della misura comune che coincide con la grandezza: “Ah No, no, ora mi rivolto contro la morte!“. Il giovane Rimbaud risuscita davanti all’abisso, e con lui la rivolta di quei tempi in cui l’imprecazione contro la vita non era la disperazione della morte. Allora il trafficante borghese raggiunge l’adolescente dilaniato che ci è stato tanto caro. La raggiunse nello sgomento e nel dolore amaro in cui si ritrovano alfine gli uomini che non hanno saputo salutare la felicità. Soltanto qui cominciano la sua passione e la sua verità. Del resto, l’ Harrar era effettivamente annunciato nell’opera, ma sotto forma di dimissione estrema. “Meglio di tutto, un sonno ubriaco, sul greto”. La smania d’annientamento propria ad ogni rivoltoso prende allora la forma più comune. L’apocalisse del delitto, qual è raffigurata da Rimbaud nel principe che uccide instancabilmente i suoi sudditi, la lunga sregolatezza sono temi della rivolta che i surrealisti ritroveranno. Ma, alla fine, l’accasciamento nichilista ha prevalso: la lotta, lo stesso delitto attediano l’animo esausto.

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Il veggente che, se così si può dire, beveva per non dimenticare, finisce col trovare nell’ebbrezza il sonno greve che ben conoscono i nostri contemporanei. Si dorme, sul greto, o a Aden. E si acconsente, non più attivamente, ma passivamente, all’ordine del mondo, anche se quest’ordine è degradante.

Il silenzio di Rimbaud prepara anche al silenzio dell’Impero che incombe su spiriti rassegnati a tutto, tranne alla lotta. Questa grande anima ad un tratto sottomessa al denaro annuncia altre esigenze, dapprima smisurate, che si mettono poi al servizio delle polizie. Non essere nulla, ecco il grido dello spirito spossato dalle proprie rivolte. Si tratta allora di un suicidio dello spirito, dopo tutto meno rispettabile di quello dei surrealisti, e più gravido di conseguenze. Il surrealismo, appunto, al termine di questo grande movimento di rivolta, non è significativo che per aver tentato di continuare il solo Rimbaud che meriti tenerezza. Traendo dalla lettera sul veggente e dal metodo che questa implica la regola di un’ascesi messa al servizio della rivolta, esso illustra quella lotta tra la volontà di essere e il desiderio di asservimento, tra il no e il sì, che abbiamo ritrovato a tutti i suoi stadi.

Per tutte queste ragioni, piuttosto di ripetere i commenti incessanti che circondano l’opera di Rimbaud, ci sembra preferibile ritrovarlo e seguirlo nei suoi eredi.

ora Autore: Albert Camus

Fotografia: Erica McDonald

 

 

 

 

 

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